Il restauro del lampadario di Sant’Agostino

Una luce che torna a splendere nel segno della solidarietà
Tutto ebbe inizio il primo giugno 2012, un venerdì, quando nel primo pomeriggio arrivò una telefonata alla sede del Consorzio Promovetro da parte della Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici di Bologna: “Bisogna salvare un grande lampadario in vetro di Murano che si trova appeso nell’edificio del Comune di Sant’Agostino, oramai inagibile. Chi meglio di voi può darci una mano? Dopo le ultime scosse può cadere da un momento all’altro”. Da quella telefonata è iniziata questa bella storia nel segno della solidarietà: il progetto “Una Luce per l’Emilia Romagna”, che ha coinvolto molte persone, molti artigiani e molte aziende che hanno messo gratuitamente a disposizione dell’iniziativa le proprie professionalità per salvare e ridare luce ai lampadari di Sant’Agostino.
Già poche ore dopo quel primo contatto, un gruppo di artigiani e di tecnici coordinati dal Consorzio era pronto per partire per l’Emilia Romagna, ma una telefonata dell’ultimo momento rinviò la partenza della squadra: i Vigili del Fuoco infatti stavano ancora aspettando alcune parti della della pinza idraulica centralina che avrebbe dovuto tagliare a distanza i cavi di sostegno per poter estrarre i lampadari dall’edificio, oramai inaccessibile.
Tutto fu rinviato quindi al lunedì successivo, 4 giugno, giorno in cui, con la supervisione dei tecnici di Promovetro, i Vigili del Fuoco poterono svolgere le delicate operazioni di salvataggio. In un silenzio generale, tra gli sguardi attenti e preoccupati dei santagostinesi, furono così estratti con successo l’imponente lampadario “cristallo ambra oro” e gli altri tre attraverso lo squarcio che si era creato sulla parete laterale del municipio.
Con precisione e maestria, grazie alle indicazioni provenienti dai colleghi e da un tecnico della Promovetro, posti su di un piattaforma in cima a una gru, i Vigili del Fuoco manovrarono a distanza un braccio telescopico che delicatamente, portò in salvo i lampadari tra la commozione dei presenti. Il grande lampadario, alto più di 4 metri a 3 piani con cimiero[1] e con una circonferenza di 3 metri e i tre più piccoli erano finalmente al sicuro.
Sotto una pioggia incessante, gli artigiani e tecnici di Murano, con la supervisione del personale della Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici di Bologna, si occuparono dello smontaggio e della messa in sicurezza di tutti gli elementi. Terminate le operazioni di imballaggio, gli scatoloni di fortuna contenenti gli elementi dei lampadari furono trasferiti in attesa di conoscere la loro sorte. Esattamente un anno dopo infatti, il 4 giugno 2013, il Consorzio Promovetro, resosi fin dal primo momento disponibile a restaurarli gratuitamente, accolse a Murano i trentadue scatoloni e il loro contenuto.

Scortati dai Vigili del Fuoco di Ferrara, dai Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Artistico e dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici di Bologna, che seguirono tutte le fasi del trasporto, tra gli sguardi curiosi dei veneziani e dei turisti, lungo le rive e sui ponti della città, i lampadari feriti, dopo decine di anni, erano tornati a casa per essere amorevolmente curati da mani esperte.
Un primo team di esperti del Consorzio studiò e valutò attentamente, insieme alla Soprintendenza bolognese, le modalità di intervento per il recupero o la sostituzione di ogni singolo pezzo che componeva i lampadari, privilegiando un’azione di tipo conservativo. Si trattava di un gruppo di lavoro destinato a ingrossarsi nel corso del tempo, come professionalità e numero, per venire incontro alle diverse problematiche di intervento che man mano si incontravano durante l’attività di restauro che, coordinata dal Consorzio, iniziò con la catalogazione degli elementi e con lo studio della tecnica di lavorazione utilizzata per realizzare le parti in vetro originali e per cercare inoltre di dare una possibile collocazione cronologica ai manufatti stessi.
Furono così realizzate a supporto di tale attività oltre 30 tavole di disegno, classificando ogni singolo elemento in vetro (fondini[2], foglie, fiori, ricci, pastorali[3], bracci[4], finali[5] e finalini[6], mazze[7], passatopi o passasorze[8], pendenti[9], tazze[10], papaor[11]) ma anche in legno (piastre[12] e candele) o in metallo (strutture metalliche, ganci, piastre, bracci).
Contemporaneamente veniva analizzato lo stato di conservazione degli elementi in vetro e in legno, delle parti strutturali e dell’impianto elettrico presenti. Vennero concordate le metodologie da seguire in caso di sostituzione di tutti gli elementi mancanti o irrecuperabili in quanto gli elementi nuovi, ove possibile, dovevano necessariamente distinguersi dagli originali.
L’intervento complessivo previsto fu presentato nel corso del Convegno organizzato dal Consorzio Promovetro “Tra arte, artigianato e solidarietà: lo stato di avanzamento dei lavori di restauro dei lampadari del Comune di Sant’Agostino sopravvissuti al terremoto”, che si tenne mercoledì 20 novembre 2013 presso la sede di rappresentanza della Camera di Commercio di Venezia al quale parteciparono i rappresentanti degli Enti istituzionali coinvolti, dei Vigili del Fuoco e alcuni docenti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Per quanto riguarda l’attività di restauro vera e propria, a Murano quattro fornaci appartenenti al Consorzio (De Majo Illuminazione, Seguso Gianni, Simone Cenedese, Signoretto Lampadari) si occuparono del rifacimento di quasi la metà degli oltre mille elementi in vetro che componevano il lampadario monumentale e i tre lampadari piccoli sopravvissuti. Maestri e personale delle vetrerie si suddivisero i compiti e gli elementi realizzando in fornace, campioni originali e disegni alla mano, i ricambi necessari per ridare vita ai lampadari, utilizzando le lavorazioni muranesi affinate nei secoli e tramandate di padre in figlio. Le tecniche principali utilizzate dai maestri vetrai e dai loro aiutanti – “piazza”[13] in gergo – nel realizzare gli elementi in vetro nelle fornaci sono state quelle della soffiatura a bocca[14] e a mano volante[15].

Sempre a Murano due aziende (Fratelli Barbini e Ongaro & Fuga) si sono occupate delle decorazioni in vetro della piastra più grande del lampadario monumentale (4° piano) mentre un esperto decoratore (Albertini & Spezzamonte) ha curato la decorazione in oro dei fondini presenti, riportando le parti alla bellezza originaria.
Un artigiano tornitore veneziano (Angelo Dalla Venezia) invece, esperto nella lavorazione del legno, si è occupato delle candele decorative in gran parte inevitabilmente tarlate dal tempo che sono state recuperate, restaurate e adattate per il lampadario grande e totalmente rifatte per i lampadari più piccoli, mantenendo comunque inalterata la bellezza originaria.
Un’officina meccanica muranese (Bucella Leandro & Brenno) ha curato inoltre con grande attenzione e accuratezza il restauro di tutte le componenti metalliche che componevano i lampadari, senza intervenire volutamente sul colore originale assunto nel tempo dalle parti ma sostituendo invece le piastre in legno oramai irrecuperabili che facevano parte di quello maggiore con delle piastre in metallo lavorate artigianalmente. Del rifacimento degli elementi decorativi in ferro dei lampadari piccoli, le crocette[16], si è occupato invece un laboratorio artigianale veneziano (Fucina del Ferro Battuto de Rossi) che manualmente, una a una, le ha in parte riprodotte seguendo le forme originali.
Rispetto alla scelta tecnologica per l’illuminazione, si è optato una soluzione che prevedesse la messa a norma dell’impianto elettrico e l’utilizzo di lampadine a led a risparmio energetico della stessa intensità luminosa delle luci originarie, grazie all’intervento di una società specializzata nel settore che nel corso della sua attività si è occupata anche del restauro dei lampadari del Teatro La Fenice di Venezia a seguito all’incendio avvenuto il 29 gennaio 1996 (First Group).

Due curiosità sono emerse nel corso del restauro: la prima è stata il ritrovamento di un frammento di giornale, presumibilmente del 6 o 7 maggio 1932 o 1933 in cui su un lato un articolo faceva riferimento alla morte del presidente della Repubblica francese Paul Daumer, autore del libro “Le livre de mes fils” e sull’altro commemorava la morte di tre martiri fascisti avvenuta a Cittadella, nel padovano: Angelo Fosco Bragadin, studente in medicina di Chioggia, Gian Vittore Mezzomo, studente in ingegneria di Feltre e Gianbattista Fumei, studente di un istituto tecnico di Agordo. Tale ritaglio probabilmente servì all’epoca per bloccare una candela in legno traballante e instabile.
La seconda curiosità è stata invece la scoperta su di una piastra metallica di uno dei lampadari piccoli, durante la fase di pulizia, di un’incisione recante il nome della ditta che aveva realizzato l’elemento in metallo – Eremberto Bucella – risultata poi essere, con orgoglio e sorpresa, quella dello zio dei proprietari dell’officina stessa che si stava occupando proprio del restauro.
Il lavoro di squadra si è concluso venerdì 12 dicembre 2014, dopo il lavaggio di tutti gli elementi, con il montaggio e l’accensione dei lampadari restaurati alla presenza dei rappresentanti della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici, ed Etnoantropologici di Bologna e di tutti gli artigiani e professionisti che hanno dato il loro contributo all’attività di restauro, degna conclusione di una storia che con passione e spirito di collaborazione ha coinvolto molte persone e professionalità per dare Una luce per l’Emilia Romagna.

[1] Il “Cimiero” è il piano decorativo sommitale o “giardino superiore” utilizzato per arricchire ulteriormente il lampadario, raggiungere altezze maggiori e coprire alla vista i cavi di sostegno e i cavi elettrici
[2] Fondino: Coppa in vetro, decorata generalmente sul bordo superiore con un’applicazione in vetro trasparente o colorata di vario spessore, chiamata filo, che se ondulata prende il nome di morise. Viene utilizzata per coprire la piastra in legno o metallo forata che ospita i bracci, le foglie, i fiori, i ricci, i pastorali e le decorazioni in genere che costituiscono il classico lampadario veneziano e le componenti elettriche.
[3] Sono elementi decorativi in vetro a forma di foglia, fiore, riccio o che ricordano il bastone (pastorale) simbolo dell’autorità del vescovo.
[4] Elementi ricurvi in vetro che ospitano all’estremità superiore le candele o – dall’avvento dell’elettricità – i portalampade. Possono essere in vetro pieno, soffiati o composti da più elementi chiamate bossette.
[5] Il “Finale” è generalmente, nei lampadari classici muranesi, la penultima decorazione che viene fissata al fondino finale.
[6] È generalmente l’ultima parte decorativa sottostante al finale solitamente caratterizzata da un elemento pendente.
[7] Elemento in vetro decorativo di diversa forma e misura che ricopre la struttura metallica portante del lampadario.
[8] Il Passatopo o passasorze è un elemento in vetro a forma generalmente di rocchetto cilindrico, utilizzato nei lampadari classici per distanziare il fondino dal finale.
[9] Elementi a pendaglio, dalle forme più diverse (pallina, oliva, ecc.), posizionati generalmente grazie a un anello o recèla (asola in vetro) sui bracci dei lampadari o nel finale.
[10] Elementi in vetro a forma di coppa posizionati all’estremità del braccio che raccoglieva in origine la cera fusa della candela.
[11] Il Papaor è il portacandela cilindrico in vetro. In origine ospitava la candela e ai giorni nostri il portalampada, al di sotto del quale viene posizionata la tazza.
[12] Componenti in legno o metallo forato che ospitano i bracci e le decorazioni che compongono il lampadario.
[13] La “Piazza” è un gruppo di lavoro guidato dal maestro, formato in origine da quattro a otto persone chiamate a seconda del ruolo serventi, serventini e garzoni.
[14] La soffiatura a bocca è la tecnica vetraria per eccellenza, utilizzata quando si intende realizzare un elemento o un oggetto cavo attraverso l’uso della canna da soffio (tubo forato) a cui segue la modellazione attraverso l’uso degli strumenti tipici dei maestri vetrai: borselle (pinze di diversa forma e dimensione necessarie per la modellazione, taglio e decorazione del vetro a caldo) e tagianti (forbici di diversa forma) in primis.
[15] La lavorazione “a mano volante” è affidata all’abilità e alla manualità del maestro e avviene perciò senza l’uso di stampi (che generalmente sono in legno di ciliegio ma possono anche essere in ghisa o altri metalli quali l’ottone e il bronzo, in grado di conferire una forma o una decorazione all’oggetto).
[16] Elementi decorativi in ferro battuto dalle diverse forme utilizzati per coprire alla vista i cavi di sostegno e i cavi elettrici.