Il Vetro Artistico di Murano

Una storia millenaria

La prima data sicura relativa al vetro veneziano è l’anno 982, al quale risale il primo documento nel quale compare il nome di un vetraio attivo a Venezia. Su questa carta si basa l’affermazione che la vetraria veneziana ha più di mille anni ed è la più antica vetraria d’arte nel mondo, tuttora fiorente.

Dopo il Domenico del 982 altri vetrai compaiono nelle carte veneziane ma già nel XIII secolo i vetrai risultano essere non più veneziani ma muranesi. Le vetrerie erano andate infatti spontaneamente concentrandosi nell’isola, tanto che lo Stato non fece che sancire nel 1291 una situazione di fatto decretando la distruzione di vetrerie eventualmente costruite a Venezia. Murano da allora è stata l’isola del vetro e la vetraria è stata l’attività principale, quasi esclusiva, per i muranesi, tra i quali si sono evidenziate vere dinastie vetrarie. Alcune sono rimaste ininterrottamente attive dal Medioevo ad oggi.

Murano, il più antico centro di vetro artistico

Venezia è situata sulle coste dell’alto Adriatico, in una zona che, anche in epoca pre-romana, costituiva il capolinea di regolari trasporti marittimi dalle coste orientali del Mediterraneo. Tra le merci preziose che giungevano dall’Oriente, il vetro giovava un ruolo di primo piano. (…) Oggi scavi condotti in città, in occasione del restauro di edifici storici, provano l’esistenza di insediamenti già in epoca romana, mentre la tradizione faceva coincidere la fondazione della città con la fuga degli abitanti delle città romane dal litorale verso le isole all’arrivo dei barbari. Su queste basi si può forse supporre che la vetraria veneziana sia figlia diretta della vetraria romana dell’alto Adriatico. L’apporto orientale nel Medioevo fu comunque fondamentale per lo sviluppo della vetraria veneziana verso un’arte elitaria.

Dalla tradizione orientale i vetrai veneziani derivarono la fedeltà al vetro sodico, adatto a complesse lavorazioni a caldo, nelle quali progressivamente si distinsero come i più abili artisti, l’amore per la policromia ed una specifica impostazione estetica. Essa si basa sulla convinzione che il vetro è un materiale particolarissimo, adatto ad essere soffiato in spessori sottili e modellati allo stato incandescente e che tali specifici processi di lavorazione devono risultare evidenti anche nel prodotto finito. La tradizione vetraria mediterranea si pone quindi in aperta opposizione rispetto alla tradizione nordica che vede nel vetro un surrogato della pietra dura, da valorizzare con il taglio.

Breve storia dei vetri di Murano

Mentre in altri paesi le vetrerie sono sorte nelle vicinanze dei luoghi di approvvigionamento delle materie prime o del combustibile, Venezia e Murano hanno sempre dovuto importare da località molto lontane le sabbie silicee vetrificanti, la soda fondente e le altre materie prime. Anche la legna, usata come combustibile fino a cinquant’anni fa, arrivava dall’lstria e dalla Dalmazia. La vera ricchezza di Murano sono stati i suoi uomini, gli esperti tecnici compositori, che hanno perfezionato la qualità del vetro muranese ed hanno inventato sempre nuovi raffinati colori, e i maestri vetrai, che hanno sviluppato un’abilità eccezionale nella modellazione del vetro incandescente.

Sono costoro che sono stati chiamati all’estero fin dal Rinascimento ed hanno esportato la loro tecnologia, grazie alla quale sono sorte altrove più giovani tradizioni vetrarie. Il maestro giunge a padroneggiare la sua arte dopo lunghi anni di apprendistato in fornace ma presto a Murano sarà attiva una scuola del vetro, che avvierà più modernamente i giovani a quest’antico mestiere, anche se l’esperienza del lavoro in vetreria resterà sempre fondamentale. Già apprezzati ed esportati nel Medioevo, i vetri di Murano divennero nel Rinascimento un prodotto richiestissimo dalle classi sociali più elevate d’Europa, a partire dall’invenzione del cristallo e di altre preziose qualità di vetro nel 1450 circa.

La lavorazione a caldo e la decorazione raggiunse in breve tempo un eccezionale livello di raffinatezza, le forme si adeguarono all’aulica eleganza del Rinascimento italiano.
Nel periodo barocco la stravaganza dominò la produzione ma determinò anche la ricerca di nuovi effetti nel vetro e di nuovi modelli. Nel XVIII secolo però le novità furono veramente eclatanti, i lampadari, i centri da tavola figurativi, i lattimi decorati a smalto non sfiguravano accanto ai bellissimi mobili del Settecento veneziano, e questo in un’epoca in cui Venezia viveva in una profonda crisi e si avviava verso la caduta della sua Repubblica.
Dopo la fine della Repubblica di San Marco nel 1797, la rinascita della vetraria veneziana si verificò nella seconda metà del XIX secolo ed i vetrai che vi furono coinvolti fondarono poi vetrerie che oggi godono di notevole prestigio ma soprattutto elaborarono delle tecniche che sono alla base della vetraria moderna.
La vetraria moderna è decollata nel primo decennio del XX secolo e molto presto, dagli anni venti, è iniziata la collaborazione di noti designer con le vetrerie. Oggi la vetraria muranese è probabilmente la tradizione artigianale italiana più aggiornata, più legata al mondo dell’arte e del design e nel contempo più rispettosa della manualità tipica dell’artigianato.

Il Cinquecento

In questo secolo i vetrai muranesi prediligono il vetro puro e trasparente sul quale intervengono con differenti tecniche decorative.

Un’alternativa al vetro bianco trasparente è data dal vetro bianco opaco o “lattimo”, che talvolta è decorato da smalti a caldo ma più spesso viene impiegato in forma di lunghe e sottili canne incorporate in vario modo nel vetro incolore, dando luogo ai vetri filigranati, uno dei più originali tessuti vitrei dei vetrai muranesi rinascimentali.
Un altro tipo di decorazione usata dalla metà del Cinquecento in poi è l’incisione a punta di diamante o a pietra focaia, tale da graffiare appena la superficie secondo un disegno precedentemente tracciato.
Questa decorazione, che si deve a Vincenzo di Angelo Dal Gallo verso il 1534, fu usata per motivi floreali e animali di una estrema leggerezza che fanno apparire il cristallo su cui sono tracciati come avvolto da una trina.
Altra sorta di vetro tipico del Cinquecento è in cosiddetto vetro “ghiaccio”, caratterizzato da una superficie esterna rugosa e apparentemente screpolata, e quindi traslucida ma non trasparente, simile a quella del ghiaccio.
Il ritorno alla decorazione pittorica è connotato dalla stesura, a freddo, del colore applicato sul rovescio degli oggetti in modo da sfruttare la trasparenza del vetro.

I soggetti sono desunti molto spesso da dipinti di celebri artisti come Raffaello e il Primaticcio. Ne è una riprova il piatto con “Le due donne dormienti” che si rifà, con tutta evidenza, ad un’incisione di Marcantonio Raimondi tratta da un dipinto di Raffaello. Verso la fine del secolo compaiono anche i vetri decorati “a penne”, ottenuti con la tecnica dell’avvolgimento di fili di lattimo “pettinati” a festoni con uno speciale utensile.

Nella seconda metà del Cinquecento la forma dei prodotti muranesi tende ad abbandonare la precedente semplicità e funzionalità, ricercando una più complessa articolazione con l’aggiunta di elementi plastici ottenuti in vario modo con la lavorazione a pinza, il cui uso si accentuerà nel secolo successivo. Nel XVI secolo la fama del vetro di Murano si diffonde in tutta Europa e cominciano le prime emigrazioni di maestri chiamati a lavorare in vetrerie straniere, soprattutto nei Paesi Bassi, in Germania, in Inghilterra e in Spagna.

Le famiglie di vetrai più note dalla seconda metà del XV secolo sono, oltre ai Barovier, quelle dei Mozetto e dei Della Pigna.
Nel XVI secolo si può parlare addirittura di dinastie quali quella dei Ballarin, dei De Catanei della “Sirena”, dei D’Angelo dal “Gallo”, dei Bortolussi, dei Dragani.

Il Seicento

 Il Seicento non segna innovazioni tecniche particolari nell’arte del vetro, ma, dal punto di vista della forma, è il secolo tipico dei vetri detti à la façon de Venise prodotti all’estero, a imitazione dei vetri veneziani, da maestranze locali o, assai più spesso, da lavoranti muranesi espatriati.  Costoro per compiacere il gusto locale accentuarono quei motivi decorativi plastici anche in vetro colorato (creste, dentellature, trafori e fili variamente manipolati) che già erano, seppure sommessamente, comparsi nel secolo precedente.
Ne sono una riprova quei calici chiamati “ad alette” per la caratteristica forma degli elementi che ne decorano il gambo.  Il Seicento fu il secolo della grande diaspora dei maestri muranesi, la cui presenza è documentata ad Anversa, a Liegi, a Bruxelles, ad Amsterdam, a Stoccolma, a Copenaghen, a Berlino, a Monaco, a Colonia, a Londra e a Parigi, città in cui erano stati spinti più dalla miseria provocata dalla troppo rigida applicazione di alcune leggi della Repubblica che dall’attrattiva di più lauti guadagni.  Nell’ultimo quarto di questo secolo si avvertono i primi segni di decadenza dell’arte del vetro, benché non manchino artisti valentissimi.

Infatti sui mercati si andava progressivamente affermando il vetro boemo, alla cui fabbricazione erano pervenuti i vetrai della Boemia negli anni ‘70-’80. Questo vetro, più terso e pesante di quello veneziano, meglio si prestava all’intaglio e all’incisione anche profonda, non più a diamante ma a rotella. Negli ultimi anni del secolo a Venezia si cominciò, infatti, a imitare le incisioni a rotella dei vetri boemi.

Ciononostante il Seicento resta nella storia il secolo in cui il vetro veneziano raggiunse il punto più alto della sua fama.

Il Settecento

Le sorti dell’arte del vetro sembrano seriamente compromesse all’inizio del XVIII secolo.  Il merito di aver compiuto il primo passo per tentare di uscire dalla crisi va attribuito al muranese Giuseppe Briati il quale, nonostante la dura opposizione dei suoi concittadini, riuscì a dare avvio ad una produzione di vetri che avessero una composizione chimica analoga a quella dei vetri boemi, al fine di stroncarne la concorrenza, senza tuttavia ridurre le proprie opere a mera imitazione.
Lo stesso discorso non vale, invece, per quei vetri incisi non più a diamante ma a rotella che, grazie a questa nuova tecnica, mutuata anch’essa dalla Boemia e resa possibile dalla nuova qualità del cristallo muranese, echeggiavano assai spesso, pur con spiritose varianti, motivi decorativi di quel Paese, tanto da essere chiamati “cristalli all’uso di Boemia”.

La produzione di Giuseppe Briati “privilegiata” con decreto del Consiglio dei Dieci del 1737, ebbe un enorme successo. In quest’ambito debbono essere ricordate soprattutto le “chiocche”, cioè i lampadari a molteplici bracci di cristallo decorati da festoni, fiori e foglie. Accanto ad essi giocano un ruolo importante i “deseri”, o trionfi da tavola, i cui soggetti, spesso, vengono desunti dall’architettura, dalla mitologia, da scene di teatro, di feste o di giochi e debbono essere ricordati, per la loro ricchezza ornamentale, anche gli specchi muranesi in cristallo colorato.

Un genere che nel Settecento acquista ampia fortuna è il “lattimo”, vetro bianco opaco imitante la porcellana. A Murano esso trovò grande impulso ad opera soprattutto della famiglia Miotti, la cui produzione decorata a smalti è talora marcata o firmata; e dei fratelli Bertolini che nel 1739 avevano ottenuto dalla Repubblica il “privilegio”, o esclusiva, di decorarlo con oro.
In questo secolo si producono a Murano anche numerosi tipi di vetri mimetici quali il “calcedonio”, in uso fin da epoca rinascimentale, e l’”avventurina”, apparsa fin dalla metà del XVII secolo.
Non viene dimenticata neppure l’antica tecnica quattro e cinquecentesca dei vetri soffiati decorati a smalti policromi a caldo; la applicano, soprattutto nella seconda metà del secolo, Osvaldo Brussa e suo figlio Angelo, servendosi di una vasta gamma di soggetti: fiori, frutta, animali, scene sacre e profane con i quali si arriva ai primi anni dell’Ottocento. Il vetro con applicazioni plastiche variamente colorate ha anche un ruolo importante per tutta una gamma di oggetti di uso domestico: le ampolle per olio e aceto, le lampade da tavolo dette “alla fiorentina”, le compostiere, i vassoi, i cestini ecc.
Il vetro con la sua varietà di colori viene usato anche come materia decorativa di mobili, poltrone, tavoli, cornici. Per buona parte del Settecento lo specchio veneziano gode di grande fama: esso è inquadrato da ricche cornici rivestite di vetro decorato a smalti o con incisioni alla ruota che compaiono, spesso, anche sulla superficie specchiante. E’ in tal modo che esso assume anche un carattere decorativo nell’arredamento della casa.

Celebri vetrai del Settecento furono i successori di Giuseppe Briati (Giacomo Giandolin, Lorenzo Rossetto e Zuane Gastaldello), Vittorio Mestre, la “Compagnia di Cristalli fini ad uso di Boemia”, Antonio Motta, Vincenzo Moretti e C.

L'Ottocento

Nel 1797 cade la Repubblica di San Marco e comincia per Venezia un susseguirsi di vicende politiche che acuiscono i problemi delle industrie lagunari del vetro, per le quali si riducono le possibilità occupazionali.
Nel 1806, in seguito ai decreti napoleonici, vengono abolite le corporazioni artigianali e quindi anche quella dei vetrai non è più vincolata alle disposizioni delle magistrature tutorie contenute nella Mariegola dell’Arte.
Le fornaci di vetro comune non hanno vita facile per la concorrenza delle vetrerie di Boemia, Stiria e Carinzia, i cui prodotti, dopo il 1815, inondano i nostri marcati.
A questo si debbono aggiungere l’emigrazione dei vetrai, con conseguente diffusione dei segreti di lavorazione, e gli alti dazi che devono essere pagati sulle materie prime importate e sui prodotti da esportare.
Anche il vetro artistico tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo manifesta segni di decadenza sia a livello tecnico , sia a livello estetico, continuando, molto rozzamente, la tradizione dei vetri dipinti a smalto dei Brussa.
Ma Domenico Bussolin, nel 1938, e Pietro Bigaglia, nel 1845, riprendono la produzione del vetro filigranato con dei bellissimi tessuti dai colori vivaci e dalla grande varietà di intrecci.
Sempre a Pietro Bigaglia va ascritto il merito di aver ripreso la produzione dell’”avventurina”, mentre Lorenzo Radi primeggiò nei “calcedoni”.
I primi segni di rinascita dell’artigianato muranese si avvertono, dopo la metà del secolo, quando viene fondata la fabbrica Fratelli Toso e, nel 1859, il laboratorio di Antonio Salviati.
Costui collabora attivamente con l’abate Zanetti alla fondazione di un archivio, con annessa scuola di disegno per vetrai , nel quale si raccolgono tutti i documenti reperibili sulla storia del vetro di Murano.
Esso diverrà ben presto il Museo Vetrario, diretto dallo stesso Zanetti.
La connessione tra scuola e Museo non è casuale se si considera che spesso i modelli proposti agli allievi sono i pezzi del Museo Vetrario e che questa è l’epoca in cui l’artigianato ritiene di realizzarsi a pieno se sa riprodurre fedelmente gli oggetti antichi.
Alla fine della guerra del 1866, con l’unione del Veneto all’Italia, la situazione politica ed economica diviene favorevole alla rinascita dell’attività muranese.
E’ proprio nel 1866 che Antonio Salviati decide di ritentare la produzione e il commercio del vetro soffiato, che sembra godere di nuovo favore all’estero, soprattutto a Londra.
Uno dei problemi, tra gli altri, che i Muranesi affrontano intorno agli anni Settanta del secolo, è quello della riproduzione dei vetri a mosaico romani, lavori nei quali eccelse Vincenzo Moretti, divenuto, da allora, il creatore dei vetri “murrini” della “Compagnia di Venezia e Murano”.
L’attenzione degli artigiani muranesi viene attratta anche dai vetri paleocristiani a foglia d’oro, che vengono abilmente imitati ed esposti all’Esposizione Universale di Parigi del 1878, e dai vetri smaltati per i quali la coppa detta “Barovier”, tutt’oggi conservata al Museo, costituisce il modello principale.
Nell’ambito della tecnica volta a riprodurre nella forma e nell’effetto ceramiche di scavo vanno ricordati i vetri “Corinti” in paste opache screziate, su fondo scuro, in oro, argento o verde; i “Fenici” prodotti dalla “Compagnia di Venezia e Murano”, da “Salviati” e dalla “Fratelli Toso”, ad imitazione dei vetri a nucleo friabile preromani e, infine, i vasi vitrei a “cammeo”.
Verso gli anni Novanta stava finendo in tutta Europa l’epoca dei revivals e nascevano movimenti innovatori che propugnavano l’abbandono dei modelli storici mentre Murano continuava a produrre tipi ottocenteschi.
Solo gli Artisti Barovier avevano realizzato nel 1895, in concomitanza con la Prima Biennale di Venezia, calici leggerissimi con gambo a spirale di evidente spirito Art Nouveau.

Il Novecento

Il XX secolo si apre a Murano in linea con la tradizione contrariamente a quanto succedeva in altri paesi, nei quali la moderna produzione di vetri si caratterizza per nuovi processi di lavorazione, nell’isola della laguna sono le tecniche sperimentate da secoli a dar forma a vetri di stile più moderno.
Un carattere innovatore fu unanimemente riconosciuto alle due ciotole in vetro leggerissimo decorate da Vittorio Toso Borella con aironi e fiori acquatici a smalti trasparenti, databili intorno al 1909.
Il merito di aver portato nell’isola un soffio di modernità va attribuito a Vittorio Zecchin, un artista legato al gruppo secessionista di Ca’ Pesaro ;a costui si debbono le più originali creazioni in vetro-mosaico che furono realizzate nella fornace dei Barovier, uno dei quali, Giuseppe aveva presentato all’esposizione di Ca’ Pesaro del 1913 la “murrina del Pavone”.
Sono del 1914 la Lastrina “Barbaro”, preziosa per i blu e i gialli brillanti e l’altra, disegnata dal pittore Teodoro Wolf Ferrari che presenta una decorazione floreale.
Dopo la stasi causata dagli eventi della Prima Guerra mondiale, le fornaci ripresero la loro attività, facendo proprie le indicazioni del razionalismo che propugnava caratteri di semplicità, di essenzialità e di funzionalità.
Negli anni dell’immediato dopoguerra a Murano divenne frequente la collaborazione degli artisti con le fornaci; Vittorio Zecchin divenne direttore artistico della Vetri Soffiati Muranesi Cappellin Venini & C., fondata nel 1921,e procedette al recupero delle forme pure dei vetri cinquecenteschi, desunte dai dipinti rinascimentali, come il grande calice costolato o il vaso “Veronese”. Altri artisti come il pittore Guido Cadorin e lo scultore Napoleone Martinuzzi prestavano saltuariamente la loro collaborazione alle aziende muranesi. Quest’ultimo, quando nel 1925 Cappellin e Venini si divisero, divenne direttore artistico della nuova “Vetri Soffiati Muranesi Venini & C.” dove rimase fini al 1932. In quegli anni l’ artista creò per il vetro nuove forme che riflettevano la sua esperienza di scultore, come gli anatroccoli in vetro a filigrana del 1929,e ideò, con un nuovo tipo di vetro opaco, inglobante bolle d’aria, o puleghe,e perciò chiamato pulegoso, forme plastiche di severa corposità, come i frutti, il fungo, le piante grasse e i vasi decorati da pesanti nastri o da numerose bocche.
Agli inizi degli anni Venti datano anche le esperienze in campo vetrario di Umberto Bellotto, che accostò il vetro al ferro battuto, di cui era abile forgiatore, servendosi prima, per i vetri, della collaborazione di Vittorio Zecchin e degli Artisti Barovier e disegnando poi vetri per la Pauly & C.
Molto attive tra il’20 e il ‘30 furono la Vetreria Artistica Barovier,che ebbe come grande animatore, in qualità di tecnico e designer, Ercole Barovier;e la S.A.L.I.R., che fu un importante punto di riferimento per il vetro inciso, per la quale prestò la sua opera ,in qualità di designer, l’acquafortista Guido Balsamo Stella, mentre le incisioni si debbono all’incisore boemo Franz Pelzel.
All’inizio degli anni Venti aveva riaperto i battenti la Salviati, con la quale collaborarono, tra gli altri Dino Martens e il pittore Mario De Luigi.
Nel corso del quarto decennio del secolo viene accolto, a Murano, come parte integrante della tradizione dell’isola, anche il vetro di grosso spessore, mentre alla fine degli anni Trenta datano gli splendidi tessuti vitrei che Carlo Scarpa crea per Venini.

Nell’immediato dopoguerra, passato il periodo di stasi forzata, le fornaci muranesi riprendono con rinnovato vigore la loro attività, puntando soprattutto sullo studio degli effetti cromatici del vetro. In quest’ambito importanti sono le creazioni di Ercole Barovier e quelle che Giulio Radi ideò per la AVEM, facendo ricorso a coloranti metallici.
Il vetro nelle sue possibili espressioni plastiche fu oggetto di indagine da parte di Alfredo Barbini che modellò a caldo tutta una serie di sculture.
A tecniche tradizionali e antiche quanto l’arte del vetro ha rivolto la sua attenzione Archimede Seguso, che ,a partire dagli anni Cinquanta, ha realizzato con la filigrana ,numerosi tessuti raffinati e complessi.
Un gran fervore anima le fornaci muranesi dagli anni Cinquanta in poi; la fornace di Paolo Venini, diretta dal 1959 dal genero, Ludovico Diaz de Santillana ,ha ospitato designers di ogni nazionalità e al vetro si sono dedicati anche i due figli di Ludovico, Alessandro e Laura, la quale con il vetro-mosaico ha ideato, tra l’altro, una serie di piatti di singolare bellezza.
Un gran numero di artisti ha contribuito a potenziare anche l’immagine della Salviati, di cui il collaboratore più assiduo è stato il pittore Luciano Gaspari, che ha dato personalissime interpretazioni a tecniche secolari, espresse con un raro senso d’equilibrio.
Accanto ad una produzione, spesso di altissimo livello, ma sempre di serie, che ha visto fiorire anche fornaci dedite esclusivamente alla produzione di vetri da tavola (fra le quali meritano di essere ricordate la Nason & Moretti e la Carlo Moretti),a Murano, oggi, è di grande interesse lo sviluppo assunto dal vetro quale espressione d’arte pura a cui si dedicano quegli artisti che realizzano le loro opere, servendosi delle fornaci dell’isola, ma senza essere vincolati da legami di produzione seriale.

Vittorio Zecchin – Gli anni giovanili

Vittorio Zecchin nasce a Murano nel 1878. Figlio di un tecnico vetraio, si diploma all’Accademia di Belle Arti di Venezia . Insofferente verso la cultura verista tardo ottocentesca che qui incontra, si sente piuttosto attratto dagli stimoli offerti dalle Biennali veneziane che frequenta entrando in contatto con le ricerche simboliste e l’ambiente della secessione viennese. Fondamentale in questo periodo l’incontro con la pittura mistica e simbolista di Jan Toorop nel 1905.

1906-1915
A partire dal 1909 condivide l’esperienza del gruppo di artisti legati a Ca’ Pesaro e partecipa alle loro mostre. E al 1910 risale l’altro fondamentale incontro con la raffinata produzione di Gustav Klimt.
In questo contesto nasce l’amicizia con il pittore Teodoro Wolf Ferrari, con cui condivide un crescente interesse verso le arti applicate: assieme a lui intraprende in particolare una significativa ricerca sulle potenzialità espressive del vetro mosaico, i cui esiti vengono presentati a Monaco nel 1913 e alla Biennale veneziana nel 1914.
Allo stesso 1913 risale inoltre la singolare presenza di Zecchin all’annuale mostra di Ca’ Pesaro dove in una saletta dedicata realizza la decorazione Il giardino delle fate, in estrema sintonia con i vetri esposti nel medesimo spazio da Giuseppe Barovier. Nello stesso anno partecipa con opere pittoriche alla prima mostra della Secessione Romana e alle successive edizioni del 1914 e del 1915.
Al 1914 va datato anche lo straordinario ciclo pittorico-decorativo su tela Le Mille e una notte, realizzato per l’Hotel Terminus di Venezia e già definito, il “capolavoro della pittura liberty a Venezia”

1916-1920
Sempre più interessato alle arti applicate, durante la guerra Zecchin organizza a Murano un laboratorio di arazzi e ricami, eseguiti perlopiù con un punto di sua invenzione (“punto mio”) che imita la pennellata. Così, riproponendo e ispirandosi ad alcuni soggetti dei suoi dipinti, realizza una ricca produzione di stoffe ed arazzi, alla quale si dedica ampiamente anche nel dopoguerra e durante gli anni Venti. Di quegli stessi anni è anche la proficua collaborazione con il laboratorio di ricamo della contessa Pia di Valmarana per la quale, tra l’altro, progetta lavori che partecipano alle più importanti mostre di arte decorativa dell’epoca.
Alla riapertura delle mostre di Ca’ Pesaro nel 1919, Zecchin presenta una decina di arazzi e ricami e una piccola serie di vetri smaltati. Anche l’anno successivo a Milano alla Galleria Pesaro espone arazzi e mosaici insieme a vetri decorati a smalto e oro, testimoniando così il suo crescente interesse verso il mondo del vetro.

Il Museo Vetraio di Murano

l Museo vetrario di Murano venne fondato nel 1861, quando, superato il periodo più oscuro che la storia del vetro muranese ricordi, dopo la caduta della Repubblica di San Marco (1797) e i lunghi anni di dominazioni straniere, Antonio Colleoni (1811-1855), allora sindaco dell’isola, e l’abate Vincenzo Zanetti (1824-1883), cultore di arte vetraria, riuscirono a far approvare in seno alla deputazione comunale il progetto di istituire un archivio nel quale potessero essere raccolte tutte le testimonianze reperibili ai fini di illustrare la storia e la vita dell’isola.

Ben presto sull’archivio ebbe il sopravvento la parte museale, in virtù delle numerose donazioni di vetri prodotti nell’isola nei secoli trascorsi, e di vetri contemporanei, da parte dei titolari delle fornaci che, nella seconda metà dell’Ottocento, ricominciarono a lavorare con intenso impegno.
Vincenzo Zanetti, nel 1862, istituì anche una scuola, annessa al Museo, che nei giorni festivi i vetrai frequentavano studiandovi, oltre che disegno, anche i modelli dei vetri soffiati nel passato e ivi conservati.
Dopo l’annessione di Murano al Comune di Venezia, nel 1923,il Museo Vetrario passò a far parte dei Musei Civici Veneziani; le sue collezioni furono, infatti, soggette a un riordinamento, curato nel 1932 sulla base di più moderni criteri espositivi da Giulio Lorenzetti e da Nino Barbantini e furono accresciute dall’aggiunta dei vetri delle collezioni Correr, Cicogna e Molin, che annoverano, tra l’altro, i più bei pezzi rinascimentali del Museo.
In seguito i depositi della Soprintendenza archeologica permisero di istituire la sezione archeologica, della quale gli elementi di maggior prestigio sono i vetri provenienti dalla necropoli di Enona (Zara).
Anche oggi le collezioni del Museo, oltre che per mezzo di acquisti, vengono incrementate da donazioni da parte delle fornaci dell’isola, che vanno ad arricchire soprattutto la raccolta contemporanea.

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